“La stella nel quadro” è l'opera prima della giovane scrittrice napoletana Maria Certo e, come la quasi generalità delle opere di esordio, trascina con sé inevitabili, sia pure non rimarchevoli nèi, dovuti all'evidente difficoltà di trasferire sulla pagina tutto ciò che la fantasia crea e la mente elabora, di dare un ordine rigorosamente logico e razionale alla espres sione, di ordinare i significati e le immagini che nascono liberi e per onde impetuose e, appunto perché tali, rendono necessaria la ricerca di un limite che li contenga e ne smorzi l'eccessivo impeto. Operazione, in verità, quasi pienamente condotta a termine con successo dall'autrice che non ha comportato la diminuzione della verve, della freschezza, dell'incisività, del tessuto espressivo.
Esito che diremo sorprendente, ove si faccia riferimento all'opzione stilistica della stessa autrice, che con autentico coraggio, ha voluto affrancare l'espressione da gabbie sintattico - grammaticali, da regole rigide, per rendere fruibili senza alcun tramite, ma in maniera diretta e speculare, i concetti e le immagini, così come sono nati nella sua mente, così come sono stati creati dalla sua fantasia.
I personaggi, infatti, le azioni, i discorsi, non vengono preannunziati, non introdotti, ma versati come vari affluenti in un corso d'acqua o in un bacino che, è fatto della loro stessa acqua, del quale sono parte e tutto contemporaneamente.
Essi agiscono e parlano, talvolta, secondo uno schema dialogico, non preordinato, alla maniera del testo teatrale, tal altra sembra che non vi si immettano, ma siano legati originariamente alla struttura dell'opera e agiscano dal suo interno.
Si muovono in un contesto che non obbedisce a un ordine diacronico. Vi è, infatti, sovrapposizione, una perfetta coincidenza, una sorta di simultaneità, negli eventi e nelle azioni, che non è a-temporalità, ma una sorta di edificazione di eterno presente, che non annulla, nel lettore e nella coscienza dei personaggi, il controllo del trascorrere del tempo.
La vicenda che caratterizza il testo è estremamente semplice e notevolmente complessa, a un tempo.
Semplice, in quanto segue un suo corso che giunge ad effetto, sia pure fra molteplici, cambiamenti di scena e di prospettiva, che servono ad eliminare il rischio del convenzionale nell'esito conclusivo.
Enzo e Chiara, vecchi compagni di Liceo, si incontrano dopo tanti anni, l'uno con un'esperienza matrimoniale naufragata, della quale rimane un figlio, adolescente, Matteo; l'altra, alla ricerca di un equilibrio, psichico e sentimentale, a livello affettivo, a legami d'amore, a prospettive di vita, che mettano ordine alla sua esistenza.
Ricordano i tempi passati e scoprono di essersi inconsapevolmente amati, di avere sprecato tanto tempo, prima di chiarirsi e di decidere la loro unione.
All'interno di questa trama, le peripezie della giovane, i progetti dell'uomo, le reciproche insoddisfazioni, l'adolescenza infelice e da orfana di Chiara, che da liceale ha avuto come insegnante una signora, apparentemente scorbutica, che altri non è se non la propria madre, alla quale ella era stata strappata poco dopo la nascita.
Lo sviluppo delle vicende chiarisce che il padre è un famoso pittore, Francesco Augusto d'Alò, anch'egli già conosciuto dalla giovane donna.
Alla fine i personaggi, riconoscono le reciproche identità e i rapporti di parentela e tutta la vicenda assume tinte veramente rosa.
La stessa narrazione, e lo abbiamo anticipato, assume una sua particolare complessità, perché nella storia, che è reale, anche se non priva di sconfinamenti nella fantasia, si incastra il personaggio, reale a livello storico, ma surreale nella sostanza e all'interno della narrazione, di Torquato Tasso, che intende modificare la propria opera poetica, La Gerusalemme Liberata,, con tanto di Ippogrifo, di anello recuperato sulla luna e di missione presso il Pontefice, al quale fornisce informazioni utili per difendersi dai nemici e al quale, sostanzialmente, salva la vita.
Il personaggio del Tasso, che si immette concretamente nella storia, ha certamente un valore metaforico, e coincide con l'affermazione del principio del bene, dei valori dello spirito, con sconfinamenti nell'alveo etico - morale e soprattutto, forse, riafferma il valore salvifico della stessa poesia e dell'arte in generale.
IL viaggio che la scrittrice compie, non è soltanto nel territorio della storia, ma anche dell'opera letteraria: vari sono i riferimenti alla letteratura greca e latina, nonché a quella italiana, diversi sono i
poeti, gli scrittori, i filosofi, i grandi iniziati, le pagine bibliche e la figura del Cristo citati, ma non per mero sfoggio di erudizione, sì per necessità strutturale e per innestare nell'opera autentici valori..
Notevole è l'immissione della fantasia, che si esprime anche in forma di sogno, cosciente o inconscio, che si amalgama perfettamente con il cosiddetto reale.
Non è vero d'altra parte, che un genio assoluto quale è William Shakesperare, abbia fatto dire a Prospero, in quel capolavoro che è La Tempesta, che Noi siamo della stoffa di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno…?
Interessanti, poi, sono i riferimenti, frutto di rigorose ricerche a grandi famiglie della nobiltà napoletana, che in sostanza ne hanno fatto la storia così come coinvolgenti appaiono gli eventi cruenti e dolorosi dell'ultima guerra, nei quali, per decantare l'aura oppressiva, la scrittrice inserisce elementi di eletta umanità e, talvolta, di divertente curiosità.
Un romanzo, in sintesi, questo di Maria Certo che si segnala per originalità espressiva e di contenuti, che le apre nella maniera migliore l'accesso all'arduo territorio della letteratura.
Stefano Mangione
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