Poesie
E
LACRIMAN LE STELLE
E
lacriman le stelle
nel cielo d’assonnata calma estiva
rilucono perenni
in quel vagar su polvere del tempo.
Intona nella notte
suo canto cadenzato il barbagianni,
come singhiozzi rotti
allo scandir di quell’età la noia.
Confusi i miei pensieri
si fondono al silenzio e pur al tedio.
Do spazio alla tristezza
che vigila guardinga il mio campare.
Cosa bramate voi angeli celesti?
Voi che v’ergete a protettori alati?
Certo trovate in me Divin Disegno
ma le mie mani son……quelle d’un uomo.
Sgrano il rosario antico dei ricordi
ed i timori plasmano preghiera
che sale e sale e fino in cielo giunge
e dice al paradiso : - Un uomo piange -.
FIORIO E BIANCOFIORE
D’ora in ora, giorno si schiara
al sorgere d’aurora,
d’ora in ora, s’alza su nel ciel a calda
sua dimora,
astro nascente, sole rilucente, del dolce dì
di maggio,
tanto ch’al cor e parimenti a spirto dona inver
coraggio.
Schivo e fuggiasco al lieve tremolar dell’assonnate
nubi,
l’incanto lunar lesto ad ispirar delizie e pur
connubi,
disfa del suo rosario l’opalescente lume,
forse dolente al sorger di chiaror ed ogni suo barlume.
Veste di luce il suo scenario il mondo,
con vanitade propria, della beltà di così
tanto sfondo.
Destati giorno…. sveglia giovinezza,
destati o vita all’incanto e alla bellezza.
Cessa il suo canto al sole e dorme l’usignolo,
lui che cantò la notte per chi restò da
solo.
Solo coi pensieri e senza illusione alcuna,
tanto desio… per lei… per lei… la
mia “madonna bruna”…
Piangi usignolo per l’altrui dolore,
amor m’infiamma di cotanto ardore.
Non ci saran più versi e neppur poesia,
che leniran dolore per questa pena mia.
Neppur tacendo questo gramo affanno,
saprò sopir del cuor il disinganno.
Sole ormai splende, colora foglie e fiori
ma l’usignolo tace… non vede i suoi colori.
Pur’io, ormai cieco da tanto vezzo e oblio,
non volli creder che potesse dirmi addio.
Io che vedevo in lei brillio d’oro di stelle
e che cantai per lei…le strofe mie più
belle…
Ma come nella fiaba di “Fiorio e Biancofiore”,
l’amor che nasce e sboccia… l’amore
che infine… muore.
TEPORE DI MADRE SAPOR DI FARINA
Profumo di terra, profumo d’antico,
nel caldo tepor d’un ricordo lontano.
Nel letto più grande anelavo dormire
e fioca la luce d’un lume consunto.
Il gelido buio la notte inondava,
nei giorni d’inverno guarniti di freddo.
Fiammelle discrete qual sogni abbozzati
dal vecchio braciere a giocare con l’ombre.
Come ombra ti vedo….e nenie cantavi,
quantunque sovente le strofe scordavi.
Tu madre, con mani rugose d’odor di farina,
che lesta impastavi con acqua e preghiere.
Tepore di madre nell’arco d’un era
di giorni, di estati, perdute nel tempo.
Quel manto del buio che oscuro opprimeva
le ansie e timori di me che bambina,
restavo nascosta tra coltri e guanciali,
udendo atterrita d’un tarlo il lamento.
E sempre era fresca la voce di madre,
in quello squarciar della notte il suo velo
che spesso diceva: - ….Sii lieta bambina…
-
con quel suo sapore……d’odor di farina.
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